Ancora una recensione ben scritta ed emozionante [voglio vedere, Frances, se anche stavolta ti commuovi nel finale

] tratta da Segnocinema di Marzo/Aprile 2006...
Enjoy it!
«Ma io preferisco il peccato (se di peccato si tratta) piuttosto che una negazione di sé,
così vicina alla demenza. La vita mi ha fatto prigioniero (se vogliamo) di istinti che non ho scelto, ma ai
quali mi rassegno... e questa accettazione, spero, in mancanza di felicità mi darà la serenità». (Marguerite Yourcenar, "Alexis")
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Ognuno di noi ha un posto dove vorrebbe morire: per Jack e Ennis questo luogo si chiama Brokeback Mountain. L’ultimo film di Ang Lee non è, come sembra, un film sull’amore, ma sulla morte. O meglio: è senz’altro un film sulla morte dell’amore, sulla sua negazione perpetua, in una sorta di autodistruzione masochistica, valida non soltanto, ovviamente, per i due, ormai celeberrimi, cowboy ma, verrebbe da dire, anche per le due mogli, altrettanto vittime e altrettanto colpevoli di trovarsi davanti all’uomo sbagliato. Ma Lee va oltre, ponendo ciascuno di fronte al proprio totale, irreparabile fallimento, dove la vita sembra non avere più senso. Non solo Jack, infatti, muore, puntualmente martire della crudeltà di una società che ancora oggi istiga la violenza contro gli omosessuali, scelta narrativa (la sceneggiatura è tratta dal libro
Gente del Wyoming di Annie Proulx) che diventa accettabile e meno banale soltanto in questa chiave di generale pessimismo che accompagna il film, più disperato che malinconico.
Ma nessuno si salva: perché Ang Lee lascia, alla fine, una cartolina chiusa dentro un armadio, sublimazione, non solo estetica, del “luogo perduto”, e una manciata di personaggi distrutti dalle proprie scelte e dal proprio dolore, a cominciare dai genitori di Jack, agghiaccianti zombi, obbligati a fermare il tempo (un’inevitabile, ulteriore stanza del figlio immutabile...) e a confinarsi, non solo geograficamente. Se Jack, insomma, fa i conti, nel modo più brutale, con la propria urgenza di sentirsi sempre vivo (perché dentro già consapevolmente “morto”, vista la cocciuta, continua negazione di Ennis), agli altri non resta che considerare la propria “morte” esistenziale, chiusi in un tormento inconsolabile e, probabilmente, definitivo. Così Ennis è costretto a vivere in una roulotte devastata e devastante, ai margini di un mondo dove, per il terrore di essere rifiutato, ha accettato di cancellare la propria personalità e sessualità, trovandosi alla fine a condividere i restanti giorni con un attaccapanni, una giacca di jeans e una camicia imbevute di sangue, straziante reliquia per chi adesso è obbligato ad accarezzare il fantasma di Jack, dopo averne trascurato il corpo. E non è certo andando al matrimonio della propria figlia, nel primo, autentico gesto di ribellione (più verso se stesso, si direbbe), che può trovare la forza di rinascere, soprattutto perché la figlia rappresenta, comunque, il frutto della propria tortura.
Non va meglio ad Alma, ancora oggi incapace di accettare un uomo che gli rimase accanto per necessità e forse anche un po’ per dolente amore, ma di quell’amore che a lei è sempre sembrato finto, come sciaguratamente si accorse, in una scena che ricorda molto da vicino
Lontano dal paradiso, quando spiò, con involontaria imprudenza, dalla finestra, il selvaggio incontro fra i due ragazzi, dopo tanto tempo. E d’altronde la furibonda lite, in cucina, a separazione avvenuta e sepolta, quando trova la forza di gettare in faccia all’ex marito tutta la rabbia per l’inusuale tradimento, dimostra quanto sia ancora insanabile, per Alma, quella scoperta e come il suo secondo matrimonio non abbia per nulla mitigato la sofferenza. Anche la moglie di Jack, scartata quell’aria da manager artigianale, distaccata e un po’ fredda, mostra la penosa realtà di chi si sente obbligata a nascondere, nonostante tutto, la verità sulla morte del proprio marito, quando al telefono entra in contatto col suo vero rivale in amore. E le lacrime, che non riesce a governare dimostrano la fragilità di chi non può accontentarsi di fingere per sempre, ora che finalmente sa come andavano le cose.
Restano i due genitori di Jack: la madre, inchiodata dall’atroce lutto è già, sull’uscio, una morta che cammina; il padre trasforma la sua delusione e il suo dolore per la morte di un figlio incomprensibile, in una durezza sconfinata, negando anche l’ultimo desiderio di Jack, quello di vedere disperse le proprie ceneri a Brokeback Mountain, supplizio definitivo per chi già in vita non aveva visto esaudite le proprie preghiere. E dunque in questa lettura che il film di Ang Lee si trasforma in qualcosa di veramente interessante e che può giustificare il Leone, i Golden e probabilmente anche gli Oscar, che possono apparire, a una prima lettura, un po’ esagerati. Non certo per essere il primo western che affronta, soprattutto sentimentalmente, la dimensione gay in modo esplicito, come se, in tutti questi anni, non fosse bastato, negli sterminati scenari dell’Ovest, l’elenco delle evidenti relazioni velate, ossimoro perpetuo per un genere cinematografico, dove l’omosessualità diventa perfino una necessità: sai che scoperta sapere come lassù nel Wyoming (e non solo) due mandriani lasciati da soli finiscano per darsi da fare sessualmente...
E infatti Ang Lee non ne fa un manifesto per il gay pride. E più che nella scena sessuale sotto la tenda, improvvisa, un po’ violenta, ma ampiamente giustificata, il regista taiwanese, americanizzatosi nel modo meno sgradevole, conferma la sua sensibilità e delicatezza soprattutto nei gesti propedeutici: l’amorevole soccorso di Jack quando Ennis torna al campo ferito e il rifiuto di quest’ultimo a farsi medicare; l’indugiare della macchina da presa sulla faccia di Jack, che è roso dalla voglia di girarsi mentre Ennis fa il bagno nudo, fuori fuoco. E anche in quelli successivi: con le dure parole di Ennis, dopo la notte fatale, sulla storia che finisce dove è appena cominciata, per poi riprendere, sotto a uno cielo quasi metafisico, come solo in America si può forse filmare, i due ragazzi felicemente sospesi in una felicità rarefatta, ma inevitabilmente solo temporanea, perché gli occhi del mondo (l’arrivo imprevisto del datore di lavoro che li scorge da lontano) sono già pronti a condannarli.
Ang Lee riparte dal suo banchetto di nozze per ricordarci come la realtà sia spesso, per necessità, dolore, viltà e altri mille motivi, obbligatoriamente fasulla: sfiora come sempre la banalità, gioca col melodramma più sdrucciolo e nemmeno qui ha mai il coraggio di abbandonare i chiaroscuri, anche nelle scene più spinte (i fuori fuoco, le penombre, i baci sfuggenti...), ma trova sempre il modo per non cadere, perché di queste debolezze se ne fa forza e forse anche stile, calcola bene i tempi e i silenzi (la prima mezz’ora) e gira uno splendido finale dove, al contrario di quanto si legge in giro, non è possibile alcun paragone con una storia etero, incapace, nel caso, di raggiungere stesso pathos e stesso dolore: quando Ennis chiude l’armadio, con tutto ciò che ora contiene, e lo sguardo si posa sulla finestra che dà sul mondo, come direbbe ancora la Yourcenar: «quando il silenzio si è fissato in una casa, farlo uscire è difficile». (Adriano De Grandis)[/color]
(Aaahhh... che dire! Ci sono critici/giornalisti che mi fanno innamorare sempre + del nostro BBM!

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